Avanguardia Cinese / China Contemporary | Rotterdam, 2006

Dal 10 giugno al 3 settembre, 2006, Rotterdam apre le porte dei suoi principali spazi espositivi alla recente trasformazione del paesaggio urbano della Cina moderna, che viene presentata al pubblico nella mostra “China Contemporary”. È una storia raccontata in tre capitoli: architettura, arte e cultura visiva. Tre istituzioni artistiche di Rotterdam si sono associate per esporre opere che nascono dalla Cina contemporanea: “China Contemporary” è infatti un’iniziativa congiunta del Netherlands Architecture Institute, del museo Boijmans Van Beuningen e del Nederlands Fotomuseum.

Scriveva Mao Zedong a proposito dell’esperienza cinese sotto l’influenza dell’Unione sovietica alla fine degli anni Cinquanta: “Quando copiamo l’esperienza dei altri paesi dovremmo usare la nostra testa. Non dobbiamo copiare meccanicamente, che significa rinunciare al nostro giudizio e dimenticare la lezione del dogmatismo del passato. Questa lezione afferma che la teoria va combinata con la pratica. La teoria viene dalla pratica e alla pratica ritorna”. Il rapporto con l’Occidente è stato uno dei nodi centrali del discorso cinese nel secolo passato. Con una serie di rivoluzioni, chiusure, riaperture, riforme e assimilazioni la Cina ha continuato a ridefinire il suo rapporto con l’esperienza occidentale. Ciò ha posto il paese di fronte a una serie di dilemmi e il pensiero finale implicito in questo processo, nonché le sue conseguenze attuali, vanno spiegati sullo sfondo del celebre slogan di Chang Chi-Tung (1837-1909), il quale individuava alla fine dell’Ottocento questo rapporto: “Cultura cinese per la base e cultura occidentale per le applicazioni”.

China Contemporary | Rotterdam, 2006

La mostra del Netherlands Architecture Institute non si occupa di teoria, ma presenta la pratica di un gruppo di giovani architetti cinesi. La maggior parte di questi architetti si sono formati in Occidente (alle catene di montaggio architettoniche di Olanda, Francia, Germania, Canada e Stati Uniti) e dal 1998 hanno iniziato a lavorare in mezzo a turbolente trasformazioni. A quanto pare, in Occidente ogni tentativo di teorizzare la situazione architettonica e urbanistica cinese attuale è approdato soltanto alla proclamazione ripetitiva di slogan come: “Per diventare ricca e famosa, la Cina l’anno scorso ha consumato la metà della produzione mondiale di calcestruzzo” oppure “L’anno scorso il volume costruito complessivo della sola Pechino ha eguagliato quello dell’intera Europa” e, ancora, “La popolazione dello Shenzhen è cresciuta di circa 100 volte in vent’anni”. “Capire la Cina mette in difficoltà il rapporto tra causa ed effetto”. È quanto ha argomentato Linda Vlassenrood, curatrice della mostra del NAi, nel convegno d’apertura: “In Cina gli architetti sono incerti del loro ruolo nel campo dell’architettura”. Ha definito l’identità cinese di oggi come il risultato dell’interazione tra massa, velocità e scala. D’altra parte, si potrebbe anche affermare che il confucianesimo si è trasformato in confusionismo. La mostra del NAi è costruita su cinque temi che mettono in discussione i conflitti dello sviluppo architettonico e urbanistico attuale: La Cina informale, La cinesità, Paesaggio urbano, Sfera pubblica e Rinnovamento urbano critico. L’allestimento è stato progettato dallo studio Johan de Wachter Architecten con Michael Smith e Shoei Shigematsu. Il progetto si fonda su una matrice tridimensionale volutamente congestionata e povera d’immagine; il carattere aperto dello spazio espositivo del NAi viene trasformato dalla compattezza di un display complessivo in cui cinquanta progetti contribuiscono a formare un’“immagine collettiva”. Cambiando l’altezza dei pixel collocati in una griglia fissa si creano spazi di carattere differente.

La mostra presenta una duplice visione della Cina contemporanea: la versione idealizzata del futuro cinese è rappresentata da numerosi, nitidi rendering, slogan, animazioni, ed è collocata in uno spazio di fronte alle opere dei progettisti, che rispondono a questo contesto con installazioni, modelli, documentari, fotografie e filmati, proiettando uno sguardo sul futuro. L’architettura creata dagli architetti cinesi è priva di qualunque affermazione iconica, ed è piuttosto una riflessione sulla reinterpretazione del concetto di regionalismo critico, che oggi in Cina è un misto di modernismo, materiali locali e competenze costruttive, brevissimi intervalli tra progettazione e costruzione, esigenze di bilancio e riallocazione flessibile di concetti e architetture.

China Contemporary | Rotterdam, 2006

La mostra “China Contemporary”, al museo Boijmans Van Beuningen, al NAi e al Nerderlands Fotomuseum, offre un panorama aggiornato della produzione della cosiddetta avanguardia cinese. Le conseguenze del cambiamento e dell’urbanizzazione appaiono il collante che tiene insieme tutto. A chi non potesse recarsi a Rotterdam quest’estate il catalogo (edito da NAi Publishers) offre l’alternativa migliore: tutte le opere esposte nelle mostre sono riunite in un unico volume e quindi hanno la possibilità di dar luogo a nuova conoscenza, nuovi rapporti e nuove intuizioni. Qui il rapporto tra tempo e luogo trova un inquadramento perfetto, da questa visione panoramica della pratica professionale emerge lentamente la teoria; nella speranza che eserciti il suo influsso sulla pratica professionale.

Sarebbe molto interessante avviare una riflessione sull’influsso di questi architetti sull’insieme dell’edilizia cinese, o anche inventare un ‘ismo’ che descrivesse il confine incerto tra una nuova generazione di artisti, curatori e architetti; ma oggi dobbiamo ancora tenere presenti le parole di Hu Shih che nel 1919 scriveva: “Il grande pericolo degli ‘ismi’ è che rendono gli uomini soddisfatti e compiacenti, fiduciosi nella ricerca della panacea di una ‘soluzione fondamentale’ e, quindi, convinti che non sia loro necessario sprecare energie per studiare il modo di risolvere questo o quel problema concreto”. “China Contemporary” espone le opere di architetti, artisti e curatori che nell’ultimo decennio hanno dedicato tutto il loro tempo e le loro energie a usare il cervello e perciò hanno studiato e investigato le strade per risolvere il problema di un’identità (architettonica, artistica) cinese.

“Chinese avant-garde” by Bert de Muynck
Published in DOMUS #894 July/August, 2006

(back)